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I social network hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli.

Umberto Eco


Spero di non essere fra i peggiori.

Blu Malva

domenica 28 giugno 2015

I granchi del cocco



Nell'arcipelago di Vanuato, nell'Oceano Pacifico, c'è un'isola chiamata Tanna.
Si cacciano i granchi del cocco, chiamati così proprio perché si cibano di noci di cocco; lo si fa di notte, nella foresta, usando come esca una noce alla quale si imprime una fessura. Quindi, all'alba, si accende un falò e li si arrostisce. Quella è la colazione più gradita.
E' stato chiesto: cos'è per voi la felicità?
La risposta è stata: mangiare questo cibo dopo una notte di lavoro, condividere questo momento con gli altri che hanno cacciato. La felicità è il momento in cui accade questo. E' il momento.

Mi chiedo quanto abbiamo perso.
Quanto siamo stati risucchiati dal nulla che definiamo tutto.
E davvero guardando quella semplicità, ascoltando quella risposta, ho avuto l'ennesima conferma che il nostro è un autodistruggerci, non programmato ma inevitabile.
Non credo che gli abitanti di Tanna conoscano Schopenhauer e sicuramente le parole che seguono non sono per loro, piuttosto per ciò che noi siamo diventanti:

La base di ogni volere è bisogno, mancanza, ossia dolore, a cui l'uomo è vincolato dall'origine, per natura. Venendogli invece a mancare oggetti del desiderio, quando questo è tolto via da un troppo facile appagamento, tremendo vuoto e noia l'opprimono: cioè la sua natura e il suo essere medesimo gli diventano intollerabile peso. La sua vita oscilla quindi come un pendolo, di qua e di là, tra il dolore e la noia, che sono in realtà i suoi veri elementi costitutivi.

Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, 1819

23 commenti:

  1. Mi vengono in mente le parole di Maria Lai: "La felicità non nasce dal sogno, ma dalla possibilità di inventare la vita nella dimensione poetica"

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    1. Io sono fermamente convinta che per saperla cogliere (poiché ad intervalli di tempo più o meno regolari passa, sottoforma di "momenti" )ci si debba spogliare mentalmente. Proprio denudare.

      La dimensione poetica può essere anche e soltanto uno stare ad osservare in silenzio il sorgere del sole.

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  2. La felicità del granchio invece è il momento in cui si accorge che quel giorno lì ha fatto bene a stare a casa a giocare con la X-BOX.

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    1. Se vogliamo vederla dal suo punto di vista, decisamente sì.
      O magari non essere uscito per le menate che ne sarebbero conseguite da parte della compagna.

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    2. "Sì ma dove sta la felicità se hai una compagna seccaballe?"
      Questo si chiederebbe Schopenhauer.

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    3. Schopenhauer, infatti, consiglierebbe al granchio di eliminare ogni cosa o persona che possa arrecargli dolore ed infelicità. (questo è molto molto in sintesi ciò che si legge anche fra i suoi "Consiglii sulla felicità"). Immagino che se il granchio fosse un tipo influenzabile, potrebbe anche arrivare a lasciarla. Tuttavia le menate della compagna sono quelle che gli hanno salvato la vita fino al quel momento, questo dovrebbe considerarlo.
      Che facciamo, interpelliamo anche Kant e vediamo chi possa avere "ragione"? :-))))

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    4. Kant è troppo impegnato nella caccia ai granchi, per lui il massimo della felicità è poter affermare "ho preso un granchio"

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  3. Grande Lisa, La Effe è l'unico canale per cui vale ancora la pena di accendere la tv... ;-)

    E, peraltro, Schopenhauer è , credo, il mio maestro di vita. Infatti sono un depresso di merda.
    Che mette virgole dappertutto, sempre.

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    1. Bravo, anche tu convieni che la Effe è l'unico canale degno di essere visionato. Per fiilm, documentari, reportage e quant'altro.

      Io non sono certa che Schopenhauer fosse veramente depresso: secondo me stava bene nei suoi credo, lì vi aveva trovato il nirvana e viveva bene (chiaramente senza troppa enfasi né impennate di gioia). Sono invece i depressi cronici, o i cinici senza speranza, o i pessimisti di natura che trovano in lui il riferimento giusto.
      A me non dispiace, in effetti. Però a volte lo mando a quel paese perché lo trovo noioso.
      A volte, eh. Del resto mando a quel paese anche me stessa, spesso, quindi non c'è nulla di strano.

      Abbonda in virgole, finché esistono. Un giorno non ci saranno nemmeno quelle.

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    2. Dicono che da vecchio, quando è diventato "famoso" la gente lo riconosceva e lui è diventato più socievole e simpatico.

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  4. Io penso che
    1 - la felicità non esiste senza il suo duale, l'afflizione: o tutti entrambe o nulla.
    2 - la felicità sia connaturata all'impegno e all'ordine naturale delle cose, alla Natura, proprio per ragioni bioevolutive.

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    1. Ti ringrazio per la tua visione sulla felicitá.
      Io continuo a credere che dovremmo svuotarci la mente e liberarci da tutte le conseguenti pippe mentali. Impresa impossibile, temo.

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    2. La conoscenza fornisce strumenti ma, a sua volta, costituisce un filtro che tende a escludere altre conoscenze, a diminuire la libertà.
      Svuotare la mente... è impresa preziosa e difficile ma non impossibile.

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  5. Credo di aver sentito e visto qualcosa su questa isola durante un programma di La Effe, il canale di Feltrinelli.
    Chissà se l'hai visto anche tu...

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    1. Infatti è proprio dal programma su La Effe che ho preso spunto, come anche Bill Lee ha notato. È quella serie sul cuoco vagabondo che gira il mondo. Mi piace.

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  6. ciao la Miller certo che Schopenhauer era un pessimista nato, se non ricordo male era lui che diceva che non esiste felicità ma assenza di dolore. penso che mangerei la noce di cocco e mi lascerei scappare il granchio, in fondo anche i granchi devono essere felici qualche volta

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    1. Ciao Pier, mi fa piacere rileggerti.
      Sí, Schopenhauer non era/è noto per la sua solaritá ( termine questo che avrebbe apprezzato tanto, come del resto apprezzo io) , aveva elargito ricettine per stare meglio, ecco, mettiamola cosí.
      A forza di scrivere di granchi e cocco a me è venuto in mente il datore di lavoro di Sponge Bob (mr Scrub, mi pare) e i venditori ambulanti sulle spiagge..."cocoooooo cocco bello..cocco de mamma". Non c'entra molto ma mi piaceva scriverlo...

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  7. Sto rileggendomi Di cosa parliamo quando parliamo d'amore, del Raymond Carver il distopico magnifico; il desiderio non c'è, nel suo piccolo infinito e chiuso mondo fatto d'assenza d'uomo che è presente; mancano i granchi, il cocco, le palme e l'appetito eppur c'è pieno; solo fame resiste, la mai saziata a fondo, la sconosciuta e sempre la mai sazia fuggitiva che fa il conto

    Un saluto

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    1. che già il titolo la dice abbastanza lunga, direi.

      Di cosa parliamo quando parliamo. Ecco. Esiste già questo titolo? Dovrei controllare ma non ne ho voglia. Credo che sia un pozzo senza fondo l'andar a cercar di spiegare e capire. E non si contino i fraintendimenti, i limiti, gli ostacoli.
      Ma tu credi che Darwin avesse messo in conto anche questo?
      Io non lo so mica se questa qui sia evoluzione o involuzione delle specie.

      Convengo con te che, tuttavia, la fame resiste.

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  8. Probabile che sia solo un lasciar cadere gli accadere e tapparsi le orecchie per non sentir rumore d'illusione che si frantuma a nodo su se stessa; dando misura d'entropia, mio amato amato mai un illuso Darwin che sa di evoluzione e sa che non sarà mai metamorfosi

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    1. Ah! Ma allora qua occorre scomodare Kafka! Il quale, forse, acconsentirebbe - in via del tutto eccezionale, s'intende - la sostituzione dello scarafaggio con il granchio (del cocco). E tutto diventerebbe più lineare, forse. Perché un dubbio, alla fine, occorre sempre averlo per avanzare.

      Se invece si scomoda Ovidio, il discorso diventa più complesso, direi, e non vorrei che gli dèi si infastidissero...

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