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I social network hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli.

Umberto Eco


Spero di non essere fra i peggiori.

Blu Malva

domenica 28 giugno 2015

I granchi del cocco



Nell'arcipelago di Vanuato, nell'Oceano Pacifico, c'è un'isola chiamata Tanna.
Si cacciano i granchi del cocco, chiamati così proprio perché si cibano di noci di cocco; lo si fa di notte, nella foresta, usando come esca una noce alla quale si imprime una fessura. Quindi, all'alba, si accende un falò e li si arrostisce. Quella è la colazione più gradita.
E' stato chiesto: cos'è per voi la felicità?
La risposta è stata: mangiare questo cibo dopo una notte di lavoro, condividere questo momento con gli altri che hanno cacciato. La felicità è il momento in cui accade questo. E' il momento.

Mi chiedo quanto abbiamo perso.
Quanto siamo stati risucchiati dal nulla che definiamo tutto.
E davvero guardando quella semplicità, ascoltando quella risposta, ho avuto l'ennesima conferma che il nostro è un autodistruggerci, non programmato ma inevitabile.
Non credo che gli abitanti di Tanna conoscano Schopenhauer e sicuramente le parole che seguono non sono per loro, piuttosto per ciò che noi siamo diventanti:

La base di ogni volere è bisogno, mancanza, ossia dolore, a cui l'uomo è vincolato dall'origine, per natura. Venendogli invece a mancare oggetti del desiderio, quando questo è tolto via da un troppo facile appagamento, tremendo vuoto e noia l'opprimono: cioè la sua natura e il suo essere medesimo gli diventano intollerabile peso. La sua vita oscilla quindi come un pendolo, di qua e di là, tra il dolore e la noia, che sono in realtà i suoi veri elementi costitutivi.

Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, 1819

venerdì 26 giugno 2015

In me mago agere

Ingrid Milhaud


La mia immaginazione è un monastero ed io sono il monaco.

John Keats da Lettera a Percy Bysshe Shelley, 16 agosto 1820

L'immaginazione non mi è mai mancata.
L'unica differenza, rispetto a quando ero bambina ed adolescente, è ovviamente  la frequenza con la quale si presenta.
Permesso? chiede
Le risposte variano, a volte addirittura la ignoro.
In certi periodi non osa neppure bussare, e questo capita quando il mio cinismo è a tenuta stagna, privo di qualsiasi fessura.
Ultimamente ho ripreso un discreto dialogo con lei, equilibrato.
Lo capisco dall'immobilità in cui mi trovo, prima di tornare alla dimensione reale:
immobile, nulla di visibile attorno, solo ciò che proietta la mente.
Talvolta sono scene con pochissimi particolari; altre, ricche scenografie, quasi maniacali. passo dallo stile minimalista al barocco senza alcuna difficoltà.
Un monastero, diceva Keats. E, pensandoci, è una bellissima metafora: l'immaginazione è un luogo a sé, una comunità autosufficiente, in relazione ed al contempo isolata dal resto del mondo; ha regole e rituali.

Se non potessi usufruire di questi piccoli grandi viaggi, di questi luoghi isolati e sacri, di questa distanza estemporanea dalla vita, potrei tranquillamente definirmi defunta. La realtà, per quanto necessaria possa essere, e talvolta vivace ed emozionante e piena, non mi è mai bastata.
Un pezzo di me è e sarà sempre altrove.

giovedì 25 giugno 2015

..[ dal lat. procedĕre, comp. di pro-1 «innanzi» e cedĕre «andare»]




Procedo.
Procedo.
Tra un concerto per viola/voce/poesia ed un sistemare le ultime pagine di una raccolta; tra un godermi il sole non troppo caldo, il verde del rifugio a quarantacinque minuti di macchina da qui e l'ipotesi che forse un giorno saluterò l'uomo che legge nel parco; tra lo scrivere prezioso, necessario, salvifico su pagine di cellulosa e virtuali ed il leggere gli altri, attraverso le case virtuali che ognuno ha edificato ; tra i libri impilati sul comodino ed il film in attesa di essere visionati.
Procedo.
Procedo.
In tutto questo ed altro ancora.
Fra malinconia e brevi lampi d'euforia; tra sensazioni impalpabili ma reali che si nascondono tra le foglie dei tigli, negli angoli in penombra della casa, nei desideri superstiti che curo, innaffio e proteggo ma senza che se ne accorgano. Senza dirlo alla parte di me stessa che non approverebbe mai e lascerebbe il deserto quale sfondo quotidiano.
E' terribilmente difficile gestire il tutto, soprattutto me stessa: sono un covo di pirati, un luogo segreto ove si ordono trame per la sopravvivenza; ove sfuggono bestemmie che poi affogano nei bicchieri di rum, ma dove è possibile respirare  profumi che si credono estinti e guardare paesaggi senza timore di esserne inghiottiti.


[...]
Ci duole sostenere quella luce tesa e diversa,
quella allucinazione che impone allo spazio
l'unanime paura dell'ombra
e che cessa di colpo
quando notiamo la sua falsità,
come cessano i sogni
quando sappiamo di sognare.

Jorge Luis Borges


mercoledì 24 giugno 2015

Metti una sera a cena



Abbiamo la tradizione di festeggiare San Giovanni: la sera del 23 giugno si mangiano i tortelli di erbetta e, come diciamo; "si prende la rugiada della notte".
Per l'occasione, ieri ero in un podere con annessa trattoria, un luogo molto carino, sperduto nella campagna: un portico vestito di vite canadese ove prendere l'aperitivo e la sala, interna, piccola, dieci tavoli circa, molto intima e gradevole.
Menù: piatto di salumi misti (buonissimi), i famosi tortelli d'erbetta (con possibile variante senza ricotta, che ho voluto provare, ottima ugualmente), assaggi di torte, di mele e di cioccolato a pasta morbida, pere e guarnizione di pinoli.
Ad arricchire la serata un trio molto interessante composto da una cantante, un suonatore di viola ed un attore/poeta che si alternavano o interagivano, a seconda. Tra musica di Bach, versioni di canzoni adattate alla viola e poesie o anedotti recitate dal terzo elemento, che girava tra i tavoli e affascinava gli amanti del genere, la serata è stata veramente particolare e soprendente.
Il caso ha voluto che proprio mentre mi apprestavo a mangiare il pezzetto di torta al cioccolato (le forchette non c'erano, si usavano le dita), l'attore/poeta iniziasse a recitare (magistralmente) questa poesia di Guido Gozzano:

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.

Signore e signorine -
le dita senza guanto -
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!

Perché nïun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divorano la preda.

C'è quella che s'informa
pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta e forma.

L'una, pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.

un'altra - il dolce crebbe -
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate!

Un'altra, con bell'arte,
sugge la punta estrema:
invano! ché la crema
esce dall'altra parte!

L'una, senz'abbadare
a giovine che adocchi,
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare

sugga, in supremo annunzio,
non crema e cioccolatte,
ma superliquefatte
parole del D'Annunzio.

Fra questi aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro, di sciroppo,
di creme, di velluti,

di essenze parigine,
di mammole, di chiome:
oh! le signore come
ritornano bambine!

Perché non m'è concesso -
o legge inopportuna! -
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,

o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di crema e cioccolatte?

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.


Quando il suo sguardo ha incrociato il mio, ho avuto un attimo di esitazione: ho smesso di addentare e masticare, con il cioccolato sulle labbra e sulle dita. Ho sorriso.
E dopo il lieve imbarazzo, ho succhiato - scansando per una volta il galateo - ciò che restava sull'indice e sul pollice.
Se fossi stata al centro della sala sarebbe stata un'ottima performance, non c'è che dire.

martedì 23 giugno 2015

Il buio liquido




Avrei voluto che scrivessi sulla mia schiena ciò che non sei mai stato in grado di dire.
Le parole più difficili si sarebbero arrampicate sulle scapole, dapprima con fatica, poi con dimestichezza, come in un gioco.
Sulla superficie piana ti saresti potuto soffermare più a lungo, senza paura di perdere l'equilibrio.
Scrivermi addosso sarebbe diventato un rito, irrinunciabile.
Avrei serbato sul derma una parte fondamentale di te, che col passare delle ore si sarebbe assorbita, come la saliva, il seme, giù, più a fondo, nel buio liquido.
Che era il tuo rifugio.
Il tuo nasconderti al mondo e a te stesso.


lunedì 22 giugno 2015

Un nastro alla gola



Cado e ricado, inciampo e cado, mi alzo
e poi ricado, le ricadute sono
la mia specialità. Cos'altro ho fatto
...che fingere di uscire e ricadere dentro?
Nessuno mai che io strascini insieme a me
cadendo. Grandi equilibri mi circondano
ma non mi reggono, anzi proprio perché io cado
si sorreggono [... ]

Patrizia Cavalli


Per una volta mi concedo la pigrizia di lasciare le parole agli altri, soprattutto quando riescono ad esprimere esattamente il mio stato, il mio essere, in un dato momento o come tratto indelebile della mia natura.
Per una volta mi distolgo dal gioco, creato con me stessa, dell'assemblaggio  degli idiomi, del ricamo  degli enunciati, della rifinitura della punteggiatura, della ricerca della traduzione migliore, della meticolosa cernita della metafore ed altri merletti.
Per una volta sonnecchio e leggo e rileggo ciò che quella signora ha scritto, perché è esattamente così. Esattamente.
Sonnecchio e cedo al richiamo della stanchezza indotta che, forte della sua natura, riesce a scansare perfino il narcisismo e la necessità di rivelarmi al pubblico.
Domani non so.
Oggi è un nastro alla gola, un promemoria che non soffoca ma stringe il necessario.


sabato 20 giugno 2015

Come quei giorni in cui non ci si riesce a guardare allo specchio

Helmut Newton


ed allora si volge lo sguardo altrove, su qualcosa che non possa in alcun modo ferire né chiedere. Qualcosa di semplice, infinitamente semplice e proprio per questa sua natura immenso.
Non ho voglia di seguire i pensieri né le parole, li lascio al loro procedere anarchico che si dissolve con il primo mutamento di luce: una nuvola che oscura il sole o una tenda che ne mitiga la presenza; foglie che si posano sugli occhi o mani che si interpongono tra mente e spirito. Bertolt Brecht diceva che "il pensare è uno dei massimi piaceri concessi al genere umano". E' vero, caro Bertolt, così come può essere anche uno dei massimi dolori.
Scrivo e penso alla rinfusa o, meglio, lo faccio in un ordine stupefacente; è che preferisco fingere, per una volta, raccontandomi della strada che conduce lontano, molto lontano, alla fine del tutto, dove regna l'assoluta perfezione del non essere nulla se non ammasso di carne ed ossa che fa ombra al sentiero di formiche.

giovedì 18 giugno 2015

Qui ed ora

Carla Carinci


Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.

Josè Saramago da Viaggio in Portogallo


E così mi recherò in libreria, con qualche titolo in mente: Anais Nin, Irene Nemirovsky, Concita De Gregorio...
Ricalcherò il sentiero del parco adiacente casa: ai piedi della collinetta vedrò l'uomo che legge, a volte seduto sul prato, altre camminante lungo brevi rette immaginarie, la bicicletta sempre appoggiata al tronco dell'albero. Il nostro è un appuntamento inconsapevole ma ormai abituale.
Riascolterò nuove canzoni che ieri qualcuno mi ha suggerito e mentre le note riempiranno la mente, ricorderò le ore in cui abbiamo parlato di musica ed altro, parlato ed ascoltato; ricorderò la perdita di nozione del tempo, quando si è convinti che siano le 23 ed invece la lancetta è posata sulle 2.
Non mi chiedo più se vi sarà un dopo, o come sarà. O se un giorno farò un cenno all'uomo del parco. Non mi chiedo niente, vivo gli attimi per ciò che sono, senza domande, senza risposte. Il resto non ha importanza, non più.

Il viaggiatore ritorna subito,
poiché il viaggio non finisce,
nemmeno quando se ne è convinti.

mercoledì 17 giugno 2015

Diversamente versi: Coaguli




Respiro nella luce accecante
e del sole raccolgo gli umori:
umida mi incollo al muro,
caldo, di pietre e fessure.

Rimescolo il sangue assopito,
coagulato insieme ai pensieri;
apro le mani, più volte,
a cercare ruvidezza e tensione.

Lucertole e muschi ascoltano
il mio confuso parlare di attese,
mentre i silenzi, immobili, stanno
dov'io non so stare.






martedì 16 giugno 2015

Melancholia

Edward Hopper



Certe parole preferiscono gli angoli,
il silenzio della sera, 
poiché non intendono graffiare 
ma accarezzare soltanto.


Al ritorno osservavo le cime dei pioppi piegate dal vento: insieme a loro ho lasciato piegare i pensieri che ancora girano attorno ad un nome, a distanza ravvicinata ma senza mai toccarlo. Era come osservare un quadro; spettatrice ed elemento d'insieme al contempo, un quadro la cui intensità e bellezza trascendono ogni altro sentimento.
Osservavo e non provavo dolore.
Malinconia, piuttosto.
Che è mio tratto costante, comunque. Come la riga di matita al confine delle ciglia; il tremolio delle foglie di betulla al minimo alito di vento; il canto del merlo sull'angolo della grondaia, ad ogni crepuscolo.

Scrivo nella penombra del crepuscolo, senza accendere la luce.
Certe parole preferiscono gli angoli, il silenzio della sera, poiché non intendono graffiare ma accarezzare soltanto.





lunedì 15 giugno 2015

Estate



Dell'estate salvo i  sapori della frutta; l'oro del grano ed i concerti dei grilli;
i temporali e l'allestimento che li precede: il mutare del cielo ed il vento che trasporta l'odore di pioggia dai luoghi poco distanti; il restare sotto le gocce violente e panciute, a braccia aperte, trasformando la pioggia in lavacro, sacro e profano a mia guisa.
Non amo il cielo a tinta unita, il torpore di un tutto asfissiato dal caldo, le corse alle spiagge, la folla che suda e calpesta e urla e rincasa cotta, pronta per lo sfoggio del lunedì. Non amo le espressioni "prova costume". No,  non amo molto di questa stagione né ciò che la gente le cuce addosso.
Prediligo le ombre autunnali, i rossi falò delle foglie che amoreggiano con  la terra, le prime nebbie che sfuocano le miserie ed esaltano l'anima delle cose. Prediligo l'inverno ed il suo rigore, l'aria che punge le gote e le nari, le ore di luce inghiottite velocemente, l'appannarsi dei vetri, il letargo di certi pensieri.






venerdì 12 giugno 2015

Dissimulazione di pensiero

Rodney Smith


L'ironia è l'occhio sicuro che sa cogliere lo storto, l'assurdo, il vano dell'esistenza.

(Søren Kierkegaard)

 

L'ironia è il mio salvagente nell'oceano in tempesta. Mi tiene a galla in numerosi frangenti, drammatici e patetici, offrendomi un appiglio inaspettato. Mi serve, altresì, a zigzagare nel traffico dei nonsense quotidiani, a distanziarmi dal grottesco dei costumi e dalla tragedia umana di cui, ahimè, faccio parte come ognuno.
Mi fornisce un discreto ombrello quando piovono idiozie e dialoghi insostenibili, uno scudo quando l'esercito dell'ignoranza dilaga come un virus mortale; uno specchio a riflettere l'immagine dell'arroganza su chi ne è ammorbato; uno stiletto che punge ed avvisa chi, credendosi una sorta di eletto, agisce di conseguenza.
Sono stata definita snob. Chi non mi conosce può incappare  in tale giudizio, come del resto vi incappa chi ignora il significato reale della parola "scelta".
Poiché io mi limito a scegliere, non escludendo nulla a priori ma soltanto ed unicamente a posteriori.

E siccome può accadere - nonostante scelga in libero arbitrio - di prenderlo in quel famoso posto,  ricorro sovente all'autoironia, l'amica che dà una pacca sulla spalla ed addolcisce un pochino l'amaro retrogusto della sconfitta.

giovedì 11 giugno 2015

E dopo centotredici anni nella steppa del Kazakistan...

Viaggio sulla luna, Georges Méliès 1902


È molto singolare che tutta la natura, tutti i pianeti, debbano obbedire a leggi eterne e che possa esserci un piccolo animale, alto cinque piedi, che a dispetto di queste leggi possa agire a suo piacimento, seguendo solo il suo capriccio.

Voltaire

Samantha Cristoforetti dopo l'atterraggio

martedì 9 giugno 2015

Verba volant scripta manent


frame da "I racconti del cuscino", Peter Greenaway



Che le parole scritte restino, lasciando testimonianza tangibile del loro esistere, è inconfutabile. Dove e per quanto è altro discorso. Sicuramente lasciano impronte, più o meno visibili, indelebili o non.
Il punto è un altro: quanto si è scritto? Esistono ancora cose non dette? Oppure è un continuo riciclo del noto, al quale si aggiunge qualche accessorio per giustificarne l'ennesima presenza?
Ognuno ha il diritto di espressione e se ne appropria e, inevitabilmente, ciò che è stato già scritto in precedenza da centinaia,  migliaia e forse milioni di persone, torna in scena. I social network, attraverso blog, bacheche, twitter et similia, offrono ampia scelta per la diffusione dei pensieri e delle opinioni.
Ci si lascia prendere da questa sorta di esaltazione e si scrive di nausea, di misantropia, di piccoli piaceri, di film, di sesso, di amore, di stelle, di morte.. Di qualsiasi cosa. Senza pensare, in quel momento, che in fondo non si scrive nulla di nuovo. Si cambia, al limite, lo stile.
Se mi soffermo a riflettere, giusto un istante, mi rendo conto di quanto siamo diventati patetici, cercando in ogni modo di espellere qualcosa che non riusciamo più a gestire: un male di vivere a cui diamo mille nomi, un bisogno di condivisione quando, in realtà, non siamo più in grado di ascoltare né leggere.